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Diastasi dei retti addominali dopo il parto

by Dr. Luigi Fasolino
Diastasi dei retti addominali dopo il parto

Di recente stiamo assistendo alla diffusione di notizie scientificamente poco “solide”
concernenti una patologia purtroppo molto diffusa e sulla quale è bene fare
chiarezza: la diastasi dei retti addominali.

In questo articolo, il Dr. Luigi Fasolino ha deciso di mettere a disposizione di DiventareMamma e delle sue lettrici la sua esperienza riguardo questa questa patologia che colpisce buona parte delle gravide e puerpere.

Definiamo innanzitutto la “distasi dei retti addominali” (DRA) e l’ “aumento della
distanza dei retti addominali” (IRD) come la separazione eccessiva dei muscoli retti
dell’addome lungo la linea alba
, a seguito di una gravidanza (nonostante la
patologia possa interessare anche pazienti – ad esempio – fortemente obesi, sia di
sesso maschile che femminile).

✨A cura del Dr. Luigi Fasolino - ginecologo

Assistiamo a questo fenomeno nel 30-70% delle gravide – soprattutto nel terzo
trimestre di gravidanza – e nel 35-70% delle puerpere. Il picco avviene in questi due periodi cruciali, proprio perché l’utero raggiunge subito prima del parto la sua massima dimensione e, conseguentemente, spinge l’addome verso l’esterno, causando l’apertura della muscolatura retta.

Fortunatamente dopo circa 6-8 mesi dal parto, grazie all’involuzione puerperale,
nella maggior parte dei casi, avviene una risoluzione spontanea del fenomeno
senza ulteriori conseguenze.

In altre pazienti, invece, permane questa condizione, spesso associata a lassità
addominale e ad ernie di grado più o meno severo (in quest’ultimo caso abbiamo
anche la presenza di protrusioni).

Diagnosi per la diastasi dei retti addominali

Ma come facciamo a capire se siamo interessati dalla patologia? Sul web girano
diversi tutorial definiti di “auto-diagnosi”, nei quali, semplicemente affondando le
dita della mano lungo la linea alba dell’addome, con i muscoli contratti e a riposo, il
paziente – senza nozioni di anatomia e senza manualità – dovrebbe essere in grado
di capire se vi è effettivamente questa separazione.

Può sicuramente essere un primo approccio (che definirei, però, “auto sospetto”), che può darci un’indicazione, ma, non affidandoci a figure competenti, non bisogna dargli eccessivo peso, considerando che a volte neanche una visita specialistica riesce a verificare e a
quantificare il fenomeno
, rendendosi necessarie sia un’ecografia addominale, ma
soprattutto una risonanza magnetica e, a volte, una TAC, ai fini di un corretto
inquadramento.

Questo, poiché, differentemente da quanto si crede, la diastasi è un insieme di
diversi parametri che non contemplano solo la larghezza tra i retti: vanno presi in
considerazione, ad esempio, profondità, lunghezza, presenza di ernie, difetti
cutanei, precedenti interventi chirurgici, BMI della paziente ecc.

Molto più utile, invece, è verificare se si avvertono uno o più dei sintomi di seguito
elencati
che, potrebbero essere un campanello d’allarme e suggerirci di sottoporci
da una visita specialistica.

Per renderli più intuitivi e facilmente memorizzabili, le definisco con le mie pazienti “le tre D della Diastasi”.

“Le 3 D della Diastasi”

dolore: solitamente presente alla schiena in posizione eretta, alla zona lombare o al basso ventre in posizione seduta, il dolore può essere un segnale;

Deformazione: la permanenza dell’aspetto da addome gravidico, così come la pelle in eccesso (il cosiddetto grembiule), la ricomparsa delle strie nigrae, il deposizionamento dell’ombelico (che noteremo più in alto o più in basso rispetto a prima della gravidanza) e la presenza di quelle che vengono sul web definite “pinne”, che altro non sono che protrusioni addominali – magari temporanee – o vere e proprie ernie, sono altri importanti segnali della presenza della patologia;

Defecazione / minzione: la difficoltà, l’incontinenza o il dolore in fase di defecazione o di minzione, possono costituire un ultimo importante campanello d’allarme. 

Prevenire la diastasi

Certamente l’ideale sarebbe riuscire a prevenire la patologia e, nonostante gli studi al riguardo siano ancora limitati, il mio consiglio è quello di effettuare esercizi fisici mirati già all’atto della pianificazione della gravidanza per poi proseguire nei nove mesi di gestazione e nel post-partum: se supportati da team specialistico (ginecologo-chirurgo-fisioterapista o personal trainer qualificato), una tipologia di allenamento adeguata alle varie fasi, sembra possa ridurre l’incidenza di sviluppo della diastasi in circa il 27% nelle primipare.

Utilizzo delle fasce addominali

Alcuni specialisti, inoltre, consigliano l’utilizzo di fasce addominali: per quella che è la mia esperienza, ritengo che in fase di post-partum sia addirittura controproducente utilizzarle, poiché impediscono il naturale riaccostamento della muscolatura, che faticherà a tornare a lavorare naturalmente; nel caso invece di DRA accertata, oppure in fase di post-intervento addominale, questa tipologia di supporti può rendersi molto utile per evitare che si creino tra gli interstizi addominali raccolte o spazi vuoti.

Entrambi gli accorgimenti innanzi descritti, in presenza di diastasi di dimensione inferiore a 3 cm e in assenza di altre patologie, possono scongiurare o rinviare l’intervento chirurgico; per tutti gli altri casi, invece, purtroppo l’epilogo in sala operatoria è abbastanza frequente nonostante le accortezze.

Intervento chirurgico per diastasi addominale

Nel caso in cui sia necessario ricorrere alla chirurgia, è importante sapere (cosa che non viene quasi mai sottolineata) che i recentissimi meeting internazionali, evidenziano l’importanza di intervenire con un team multispecialistico composto da:

  1. CHIRURGO GINECOLOGO: che effettuerà la corretta diagnosi e seguirà (l’eventuale) evolversi della patologia dal post-partum in poi, valutando tutti i parametri necessari ad un corretto inquadramento (evoluzione del peso corporeo, andamento della gravidanza, eventuale taglio cesareo e tecnica utilizzata, esecuzione degli esami strumentali necessari: ecografia, tac, risonanza magnetica);
  2. CHIRURGO (figura centrale): che si interfaccerà con il ginecologo per un corretto inquadramento della paziente e valuterà insieme a lui la tecnica di intervento più adatta al singolo caso;
  3. CHIRURGO PLASTICO (figura centrale): che, soprattutto in presenza di interventi massivi causati da DRA di grado severo, eccesso di tessuti o deposizionamento dell’ombelico, può giocare un ruolo chiave nell’ottenimento di un risultato ottimale anche dal punto di vista estetico, oltre che funzionale;
  4. FISIOTERAPISTA – PERSONAL TRAINER – OSTETRICA SPECIALIZZATA: che seguiranno in tutte le fasi il percorso riabilitativo (dal corso preparto, agli esercizi post partum, e poi dalla preparazione all’intervento, fino alla riabilitazione successiva). 

Ma come avviene l’intervento per la diastasi addominale?

Modalità Open

Può avvenire in modalità “open” quando siamo in presenza di DRA eccessivamente estese e sintomatiche e quando coesistono ernie addominali o ombelicali oppure grosse deformazioni cutanee. E’ ancora la modalità più utilizzata; garantisce buoni risultati estetici in termini di risoluzione della patologia, ma prevede una ripresa più lenta e un post-intervento spesso invalidante a causa soprattutto delle estese cicatrici. 

Operazione mini-invasiva

Può essere effettuato con tecnologia “mini-invasiva” se le condizioni della paziente, i pregressi interventi chirurgici e l’estensione della patologia lo consentono. Può essere effettuato in laparoscopia oppure in chirurgia robotica. Numerosi sono i vantaggi: precisione chirurgica, ridotte tempistiche di degenza e conseguente ripresa fisica, inestetismi pressoché inesistenti.


E tu, hai sofferto di diastasi addominale dopo il parto? Hai risolto questa problematica? Se si come? Raccontaci la tua esperienza!

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