Mio figlio non parla – Cosa dice la logopedista

by Alessandra Sodi
Pubblicato: Ultimo aggiornamento

Mio figlio non parla, ha 2 anni e non dice neanche una parola, neanche il minimo sindacale che è mamma.. Immaginate quante volte mi sento chiedere ma ancora non parla?!.. col silenzioso intendere che sicuramente c’è qualcosa che non va!

Eppure la certezza matematica che l’assenza di linguaggio sia sintomatica di un disagio più profondo non si può avere da una chiacchiera tra amiche o per sentito dire, così ho deciso di parlarne con un’esperta, una logopedista, la dottoressa Roberta Galetta che ho avuto il piacere di conoscere qualche tempo fa, lavorando ad un libro sensoriale per bambini con diverse problematiche, come vi ho già raccontato nell’articolo dedicato a Il Libro di Arianna.

Esistono delle linee guida per quanto riguarda il linguaggio nelle varie tappe di sviluppo del bambino, da 0 a 36 mesi?

Il web è pieno di schede e cose che i bambini devono saper fare in un certo periodo di tempo; è utile seguirle o sono solo un’indicazione di massima dello sviluppo?

Lo sviluppo psico-motorio è costituito da quella serie di cambiamenti che si verificano nel comportamento e nelle capacità dell’individuo col procedere dell’età. Anche se lo sviluppo riguarda l’intero ciclo di vita, dalla nascita fino alla senescenza, i cambiamenti più drammatici si verificano nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza.

È proprio per questo motivo che la letteratura concentra gli studi su questi periodi di età. Nello specifico la tappa 0-36 mesi è ricchissima di cambiamenti non solo somatici (basti pensare al peso e alla fisionomia del bambino che in questo periodo cambiano vertiginosamente) ma soprattutto cognitivi.

⚠ Non dimenticare il consiglio della nostro logopedista: Quando leggi una notizia sul web, fai attenzione alla fonte e all’affidabilità della stessa!

Lo sviluppo del linguaggio ha inizio già durante la fase intrauterina e continua fino a ben oltre l’età scolare, in media arriva fino ai 9-10 anni di età.

Ciò che avviene nel periodo che va tra da 0 a 36 mesi è di fondamentale importanza: è in questo breve lasso di tempo che il bambino si appropria di un mezzo potentissimo, il linguaggio, che sostituirà il pianto in un primo momento, i gesti successivamente, diventando il principale veicolo di comunicazione di bisogni, stati d’animo, emozioni e di condivisione; lo strumento principale per il contatto con il mondo.

Cosa accade nell’età 12-16 mesi?

Nello sviluppo del inguaggio si attestano due fasi: la prima tra i 12-16 mesi in cui il bambino possiede all’incirca 50 parole. Con l’inizio del secondo anno di vita (17-24 mesi), si verifica la cosiddetta esplosione del vocabolario in cui il bambino acquisisce settimanalmente più di cinque parole (fino anche a 40). Per il passaggio a questa fase, ogni bambino deve diventare capace di attribuire alle parole uno status propriamente simbolico e deve inoltre essere in grado di capire che non soltanto tutte le cose hanno un nome, ma anche che c’è un nome per qualsiasi cosa. La capacità di attribuire piena autonomia simbolica alla parola fa sì che il bambino apprenda nuovi vocaboli con grande rapidità, ed impari ad usare flessibilmente le parole che già conosce.

Tuo figlio è un late bloomer? Continua a leggere l’articolo per scoprirlo!

La maggior parte degli studiosi ritiene che l’esplosione del vocabolario non sia una tappa universale. Il fenomeno può verificarsi in tempi e fasi diverse da un bambino all’altro. Alcuni bambini continuano ad apprendere nuove parole in modo graduale, altri esibiscono quasi un’ossessione per i nomi in una determinata fase: indicano e nominano tutto ciò di cui conoscono il nome, si mostrano interessati a impararne di nuovi, chiedendo costantemente cos’è? ..chi è? di ogni persona che incontrano.

Altri bambini presentano una fase di accelerazione in ritardo, i cosiddetti late bloomers o parlatori tardivi che successivamente recuperano spontaneamente le diverse tappe di sviluppo.

Altri ancora partono bene ma subiscono un periodo di assestamento; non è raro infatti osservare una fase di balbuzie fisiologica nei bambini che stanno imparando a strutturare frasi complesse. Nel primo sviluppo lessicale, la variabilità individuale è piuttosto ampia, sia come ampiezza di vocabolario sia come presenza o meno di una fase di rapida accelerazione.

Ogni bambino è diverso ma c’è un momento nei primi anni di vita del bimbo in cui è lecito preoccuparsi per l’assenza di parole o il parlar male?

C’è un modo per noi mamme per valutare se effettivamente esiste una difficoltà nel linguaggio, un campanello d’allarme che ci avvisa che qualcosa potenzialmente non è nella norma?

Nell’imparare a parlare ogni bambino segue una propria strada, ma condivide le tappe evolutive degli altri bambini, ossia dei punti fermi che tutti i bambini condividono nel processo di acquisizione della lingua. Tuttavia, ogni bambino acquisisce con un ritmo diverso e strategie differenti. Un ritardo o disturbo dello sviluppo può avere alla base cause di diversa entità: una sordità non diagnosticata, una sindrome, un ritardo mentale, un problema anatomico alla lingua o alla bocca, un disturbo dello spettro autistico, ecc. Tuttavia, molto spesso accade che il bambino non abbia nulla se non questa difficoltà nel parlare (parla poco o nulla, usa poche parole, confonde le lettere).

Questi bambini, che pur non avendo problemi neurologici, sensoriali o relazionali, hanno difficoltà a comprendere e/o produrre parole o frasi rispetto ai loro coetanei. Si parla in questo caso di disturbo specifico di linguaggio. Alcuni campanelli d’allarme nella fascia d’età 18-30 mesi sono rappresentati da difficoltà di comprensione del linguaggio parlato, scarso uso di gesti o lentezza nello sviluppo del linguaggio.

Nel ritmo di acquisizione del linguaggio, l’età di comparsa delle prime parole va dagli 11 ai 13 mesi (per alcuni molto precoci, può verificarsi già intorno agli 8 mesi) o ritardare fino a 18 mesi. In quest’ultimo caso il bambino svilupperà un ritardo del linguaggio.

Un indice di rischio importante è la totale assenza di parole singole a 24 mesi. La combinazione delle prime parole si attesta intorno ai 20-24 mesi, un indice di rischio notevole è l’assenza di combinazioni di almeno 2 parole intorno ai 36 mesi. Successivamente tra i 24 e i 36 mesi vi è una progressiva efficienza sul piano lessicale, morfologico e sintattico. Ulteriore indice di rischio è l’assenza di combinazione di 3 parole oltre i 38 mesi.

Vi potrà aiutare questo schema sui campanelli di allarme per lo sviluppo linguistico:

Il consiglio che posso dare alle mamme che abbiano riscontrato questi indici di rischio nei propri bambini è di rivolgersi ad un esperto e richiedere una valutazione.

Esistono diversi strumenti che permettono di confrontare lo sviluppo linguistico e comunicativo di bambini in età compresa tra 8-30 mesi a dati normativi, in modo da ottenere profili che consentono di identificare problematiche che possono avere ripercussioni sullo sviluppo cognitivo e psico-affettivo del bambino.

Se abbiamo il dubbio di qualcosa che va approfondito, a chi dobbiamo rivolgerci? Qual’è l’iter da seguire?

E’ sempre bene rivolgersi al proprio pediatra, il quale, se lo riterrà opportuno rilascerà una richiesta per effettuare valutazione neurpsichiatrica e/o logopedica o approfondimenti medici soprattutto relativi all’apparato uditivo.

Successivamente la richiesta del medico dovrà essere presentata presso qualunque distretto sanitario locale o centro in convenzione, dove il bambino verrà inserito in una lista di attesa. Considerando i lunghi tempi di attesa per le valutazioni ed i trattamenti logopedici e la necessità di un intervento tempestivo nel caso di disturbi del linguaggio, è auspicabile ancor di più rivolgersi quanto prima al pediatra di riferimento e iniziare l’iter.

É davvero importante intervenire tempestivamente

L’intervento tempestivo e mirato è fondamentale per il recupero di aree del linguaggio deficitarie. Numerose ricerche hanno evidenziato come un ritardo linguaggio in età precoce, costituisca un fattore di rischio per disturbi specifici del linguaggio in età scolare (il cosiddetto parlar male), che a sua volta è correlato positivamente con i disturbi specifici dell’apprendimento (dislessia, disortografia).

Il nido / asilo e il ritardo nel linguaggio

A questo punto, una domanda personale è d’obbligo: io ho scelto di non mandare mio figlio al nido, e puntualmente mi sento quasi incolpare del fatto che lui ancora non parli, addirittura c’è chi mi ha detto non parla perché lo allatti ancora.. non parla perchè tu lo capisci troppo… banale e ovvio, essendo io la mamma!

Mi chiedo però se la famiglia possa influire in eventuali problematiche legate allo sviluppo del linguaggio, se c’è una componente sociale, oltre che familiare (non va all’asilo-non deve sopravvivere ad altri bambini-non ha necessità di parlare…).

Diversi studi, anche se non tutti concordi, hanno dimostrato come il livello socio-economico sia determinante nello sviluppo cognitivo del bambino. Il processo di acquisizione del linguaggio è così insito nella nostra specie che nel nostro patrimonio genetico ci sono dei geni deputati allo sviluppo linguistico. Il disturbo/ritardo del linguaggio può essere deputato a diversi fattori, primo tra tutti l’ereditarietà.

La scelta di mandare o meno il proprio figlio al nido deve essere dettata da esigenze e scelte personali, educative o di altro genere, ma non da preoccupazioni legate allo sviluppo del linguaggio del proprio figlio.

L’allattamento prolungato può influire negativamente?

Al momento non esistono evidenze scientifiche che dimostrino che l’allattamento al seno prolungato possa in qualche modo influire sul processo di acquisizione del linguaggio.

Cosa possiamo fare noi genitori?

Chiedo infine alla dottoressa se c’è qualcosa che noi mamme possiamo fare per aiutare i nostri bambini nel corretto sviluppo del linguaggio (pensando a tutte quelle storpiature del linguaggio che noi stessi utilizziamo parlando coi bambini: tutto un ciccia-pappa-ninna…!!)

Il motherese anche detto baby talk è la modalità con cui spesso gli adulti si rivolgono ai bambini, caratterizzato da semplicità del linguaggio, utilizzo eccessivo di diminutivi, iper-articolazione degli enunciati con eccesso di intonazioni.

Questa modalità di linguaggio, utilizzato prevalentemente dalle madri per rivolgersi ai propri figli, non sembra influire particolarmente sulla comprensione del messaggio da parte del bambino. Nelle conversazioni con i propri bambini è bene utilizzare enunciati semplici e brevi, parole concrete e ripetizioni

. Stimolarlo sin dai primi mesi all’utilizzo dei suoni con finalità comunicative, utilizzare melodie ed intonazioni (ripetendo canzoncine, filastrocche, versi di animali ecc), e alla comprensione del linguaggio mediante lettura di storie illustrate con che abbiano frasi semplici ed immagini chiare. E’ bene anche stimolarlo attraverso la soluzione di piccoli problemi in autonomia, favorire la manipolazione di oggetti materiali diversi incentivare la sua curiosità, la creatività.

Per stimolare la creatività e la manualità del tuo bambino, non perdere i nostri tutorial nella rubrica diy!

Ovviamente è importantissimo che ogni cosa sia fatta assecondando i tempi del bambino, le sue modalità e bisogni, senza cercare di forzare o affrettare tappe di sviluppo che siano assolutamente precoci rispetto alla sua età.


Roberta Galetta, logopedista, si occupa di bambini con bisogni comunicativi complessi (sindromi rare, paralisi cerebrali infantili, autismo), attraverso progetti di CAA a sostegno della competenze comunicative. Attualmente vive e lavora nella provincia di Bari.

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